sabato 10 marzo 2012

Black Strawberry

Una ragazza al ranch mi ha offerto un cestino di questi strani frutti. Sono neri, simili alle ciliegie, ma diversi. Sembrano più...salati o di sicuro non dolci. Dice che ci fanno l'olio. Io non ho mai saputo con che si fa l'olio naturale, su Safeport l'olio è una miscela di acidi grassi prodotti chimicamente che usi per soffriggere quello che già di per sé ti avvelenerà il sangue. Qui su Greenfield lo fanno con queste...ciliegie nere. Me le ha regalate, perché pensa che io abbia salvato il ranch da una creatura mostruosa che uccideva il bestiame, ma...non è così.

Io ho ucciso un compagno di Guerra, solo che non l'ho visto in faccia, perché qualcosa lo ha cambiato. Anche lui era...una ciliegia nera. Cioè, era un uomo, ma...lo hanno cambiato quindi tutti lo vedevano come qualcosa di diverso. Un mostro. E anche io ci ho creduto, ho creduto fermamente che ucciderlo era la cosa giusta da fare, finché non ho capito che era un mio compagno. Non saprò mai il suo nome, non saprò mai se aveva scelto quella vita o se era stato scelto.
Sono buone queste ciliegie nere, molto più buone di quello che penseresti. Il problema è che non tutti lo capirebbero. So che Jack avrebbe saputo spiegarmi come si fa l'olio a partire da queste cose, ma io non riesco proprio a immaginarmelo. Mi fa ridere il modo in cui la ragazza mi guarda, anche quando si è allontanata. Credo che al Ranch si parli di noi come "gli amici poco raccomandabili del dr. Blackbourne". E credo sia una definizione calzante.

Non ne mangio molte, ma mi chiedo come ho fatto a vivere tutta la vita senza assaggiarle. Mi chiedo anche se sono sempre esistite, se c'erano sulla Terra-che-fu o se le abbiamo create noi, come la bestia, come...come parte di me. Non riesco a capire se è una cosa giusta o sbagliata, le ciliegie nere sono buone. Io sono buono? La creatura era buona e io l'ho uccisa. Questo fa di me il cattivo, necessariamente. Anche Gibbs lo dice e tutti lo ascoltano, ma io non mi sento il cattivo. Jack avrebbe saputo spiegarmi come si fa l'olio e...e se sono il cattivo. Si, lei lo avrebbe saputo.
Suo nipote ha preso la lettera. Non so cosa ci fosse scritto, gli ho lasciato il mio contatto cortex, non so se ho fatto bene o ho fatto male.

Ho visto Eir usare la macchina fotografica che ho ideato. Nessuno sa che l'ho creata io, ed è strano. Rientra nell'ambito delle cose che farebbe una ciliegia nera, penso, una ciliegia nera nel Core. E nel Rim e ovunque. Tutto sommato sono diverso da questi strani frutti salati. Loro crescono nella terra, io questo pianeta verde non lo capisco. Non capisco le loro leggi, le loro buone maniere, non capisco la vita di campagna e il silenzio. Non capisco niente del posto dove crescono queste ciliegie nere.

sabato 3 marzo 2012

The eternal assembly of a unfinished....something


Ho già fatto queste cose, pattugliare Hall Point. Ormai la conosco piuttosto bene, intendo…prima di iniziare a lavorarci regolarmente. Lo Skyplex funziona per flussi di gente, quello che bisogna fare è seguirli e guardare le facce. Ormai riesco a farlo anche mentre controllo la posta. C’è l’uomo d’affari che di solito si rinchiude in camera una notte con due accompagnatori e che…ha una fede al dito. C’è la…ehi, quella non la conosco, me la ricorderei con quel…ok, passiamo oltre. C’è il pilota perennemente ubriaco…penso che la sua nave sia partita tempo fa. E poi c’è…


Le lettere mi sono cadute tutte. Conosco questa calligrafia. Intendo la calligrafia della lettera che ha fatto cadere le altre. Non voglio…ah…non voglio stare qui, non voglio…voglio aprirla, ma non voglio aprirla qui. Non…oddio. Oh…no, no, calma, James ha detto che se le fosse successo qualcosa mi avrebbe avvertito. No, io. La. Nave. Vai alla nave, non c’è nessuno ora. Vai.
La Almost Home è allo spazioporto. Un ascensore e un corridoio mi separano dalla nave. In ascensore rigiro la lettera fra le dita un paio di volte. C’è qualcosa dentro, più di un foglio, anche un laccio, un filo, qualcosa. Sto aggrottando la fronte, lo faccio spesso. Voglio fumare, ma non ora, fumare vorrebbe usare una mano sola per tenere la lettera. È ridicolo, ma non voglio tenerla con una mano sola.

Non c’è timbro, non c’è niente. È stata consegnata a mano. Ok, io…ah…potrebbe esserle successo qualcosa. Potrebbe aver saputo dei casini che stiamo passando? Non so se la voglio aprire. Cioè so che la voglio aprire, ma vorrei sapere che c’è scritto prima di aprirla. Quanto ci mette questo ascensore? Ho freddo. Dovrei aprirla adesso, perché sto…le porte si aprono, cammino in fretta. Non fumare, vai alla nave. Ricordati il pod, non sbagliare. 
La stiva si apre, mi infilo all’interno e quando chiudo il portello dietro di me resto al buio. Riesco a muovermi lo stesso, so com’è fatta la nave, ma…apro la lettera, al buio. Non posso leggere quello che c’è scritto, non posso…non leggo. Due fogli, uno legato. La stiva manda un forte odore di chiuso e muffa. Devo farla…devo leggere. Al buio non posso quindi scendo in sala macchine e mi siedo sull’amaca. I fogli sono ancora nella busta, io vorrei, vorrei leggere.

Qui posso fumare. Una sigaretta, mi rigiro i fogli fra le mani, li tiro fuori. Mi chiedo perché ne abbia legato uno. Dovrei leggere l’altro per saperlo, lo apro. Mi piace la sua calligrafia? Dovrebbe piacermi, no? Mi piace. Ma odio che sia solo…una calligrafia. Solo linee, solo…lettere su un foglio. Non leggo, non…sto tossendo? Io non tossisco mentre fumo. Spengo la sigaretta e sento un paio di assistenti che scendono le scale. Chiudo i fogli, li infilo nel browncoat ed esco senza parlargli. Salgo nella mia cabina.

Mi sfilo le armi, tutta la cintura e anche l’accetta nel fodero agganciato alla schiena e mi sdraio sul letto. Ho letto le prime parole in sala macchine. Sta bene. Ok, sta bene, ok. Leggi.
Le manco. Grazie a…cioè, no, è una cosa brutta! Non dovrei…sono contento che io le manchi? Che vuol dire, che sono…ah, accidenti! Rileggo tutto fino a quel punto, mi manca. Mi manca, rileggo quella parte. Non va bene, la sto deludendo e mi manca e…leggi.



Appoggio i fogli sul tavolo e chiudo gli occhi, restando in piedi. La mia testa fa rumore. Avrei voluto che scrivesse di più su qualcosa? Non lo so. Non. Lo. So. Cioè, so com’è, non…non so cosa…so come sono io. E anche lei lo sa. Sa che…aiutare gli altri è importante, sa che aiutarla è…è tutto. Tutto quanto. No, non è tutto quanto, ma sa che chiedere a me qualcosa…la complico, la giro, la rigiro...continuo a complicarla, a non chiamarla con il suo nome. Questa cosa che c'è che...sta qui, nella testa, ma dentro...non nel cervello, più...dentro, più dentro del...ricordo, più...più dentro. Questa cosa, ha un nome e io...la complico per non darglielo.


Mi manca.

domenica 19 febbraio 2012

Redesigning Rebel


Un piccolo componente che cambierà il modo di vedere la fotografia tridimensionale. Di base non è nulla di diverso da un photodetector di una comune macchina digitale, solo che può fotografare in 3D. L'idea mi è venuta mentre stavo disteso, con le costole incrinate, pensando alla mia cassa toracica quasi schiacciata dall'impatto di un proiettile. La mia cassa toracica è fatta per espandersi in presenza di un gas. E io ho riempito di un gas nobile, lo Xeno, un photodetector. La luce in entrata viene scomposta quando eccita il gas, che però riempie un volume tridimensionale e non una superficie bidimensionale come i vecchi photodetector.

E' molto semplice, è molto...efficace. Facile da produrre. Non avrebbe mai visto la luce se non avessi firmato quelle carte. Però non dovevo farlo. Come non dovrei lavorare per Hall Point, d'altronde. 

Sto ridisegnando il concetto di ribelle. Considerando quello che sono, non avevo alternative. Non sarei capace di distruggere e basta, io so costruire le cose. I Dust Devils non devono essere odiati dal resto della popolazione, devono essere degli eroi. Devo costruire degli eroi, che facciano nascere in ognuno il senso di appartenenza al proprio pianeta. Quindi ora sto costruendo dei ribelli e una rivolta. E una macchina fotografica che può fotografare direttamente in 3D. 

...

Che cosa sto facendo?


lunedì 6 febbraio 2012

Large thoughts collider

Non penso molto spesso alla Terra-che-fu.

Non so bene perché. Suppongo neanche loro pensassero molto a…qualunque cosa li precedesse, che fossero concentrati sul presente. O magari ne sapevano più di noi, su molte cose, non lo so.

C’è un relitto, da qualche parte nello spazio, che affonda nei ghiacci. Un relitto di questo posto molto lontano. La Terra. Chissà che voleva dire terra, nella loro lingua. Noi chiamiamo terra il suolo di ogni pianeta, probabilmente in onore del nostro pianeta originario, chissà per loro che cosa voleva dire.
Erano tutti ammassati su un solo pianeta. Un solo grosso sasso che li conteneva tutti. Chissà se si sentivano soli. Chissà se le distanze fra due persone sullo stesso sasso gli sembravano grandi. Grandi. Non credo che il relitto contenga tutte queste risposte, non credo me ne importerebbe niente, se il dolore al torace mi lasciasse dormire.

Devo essermi addormentato. Non me ne rendo più conto da quando…da quando non c’è molta differenza fra la veglia e il sonno. A parte che quando sono sveglio mi fa male tutto. Dovrei prendere qualcosa. Per il dolore, per dormire. Non sono il tipo. No, non…non è questo. Lo so perché non li prendo ed è tutto un altro motivo.

giovedì 19 gennaio 2012

As time goes by

Il 'Verse è enorme. Quello vero, tutto quello vero, l'Universo vero e proprio, ancora di più. Io capisco la fisica che fa muovere i motori della nostra nave e capisco come la velocità accorci i tempi di percorrenza per grandi spazi. Lo scorrere del tempo trascina lo spazio in una dimensione diversa. Il tempo inciampa nello spazio e ci mette un po’ a rialzarsi.

La mia carriera mi porta a sfruttare poco queste conoscenze. Sono più un macchinista che un ingegnere, ma…queste cose tornano a tormentarmi, a togliermi anche il gusto di pensare in modo stupido: pur avendo le informazioni di un unico sistema impiegherei alcuni mesi battendolo palmo a palmo per trovare una singola stazione spaziale. Non li puoi ignorare, sono numeri. I numeri ti fregano sempre, la derivata dello spazio rispetto al tempo ti obbliga a guardare il ‘Verse come un gigantesco e gelido buco in mezzo al petto.

Ma non sono i fogli pieni di questi calcoli che mi tormentano. Non è il fatto che ho cominciato a bere più del solito. Quello che veramente mi da fastidio…è di non poter usare un fottuto specchio. Quell’espressione è sempre lì. Pensavo di non rivederla più e invece è tornata. Non posso pensare a questo: resta logico, resta arrabbiato. La rabbia funziona bene come motore, genera una forza propulsiva in grado di farmi andare avanti.

James non mi sopporta, a breve probabilmente troverà in Buck una guida migliore. Come tutti, alla fine. Non mi importa, la vedano come vogliono, io non cambierò idea. So quello che sto facendo. La Winter mi dice che dovrei dormire di più, io mi sforzo di essere spiritoso, ma non mi ricordo neanche che cosa dico.

Andrà bene, andrà…bene, me lo ripeto tanto per non scordarmi che cosa devo rispondere. Sto bene anche se non posso guardarmi nello specchio, andrà bene. Vorrei solo riuscire a mandare via quell’espressione. Non se ne va mai. Sempre quella, sempre la stessa faccia, mi tormenta. Sempre la stessa…la stessa che avevo dopo la Guerra, dopo la prima notte in cui dormii nella baraccata.

sabato 7 gennaio 2012

Advertising

Quando Ryan Gibbs decide di andare in onda, sono sulla Almost Home, con un canale cortex aperto a tutto schermo. Lo vedo teso, o quanto meno fa di tutto per sembrarlo. Questa sua abitudine a rilasciare conferenze stampa su tutto ciò che l’Alleanza subisce o fa rende la sua faccia molto famosa. Sono convinto che se gli trovassimo un posto come showgirl risolveremmo parte del nostro problema. E molti dei suoi.
Considerando quanto faceva avanti e indietro da Greenfield, è probabile che conoscesse qualcuno in quella trentina di uomini coinvolti nell’attacco, ma allo stesso tempo penso che non gliene importi molto o avrebbe fatto leva su questo. Quello che sta facendo è cercare di volgere questo evento a vantaggio della Flotta Alleata. Lui lo chiama “sensibilizzare l’opinione pubblica”, penso, cercando di ignorare che molti su Greenfield vedevano l’Alleanza come fumo negli occhi.

Jack ha pensato a me come secondo in comando perché so gestire uomini come Gibbs senza dovergli sparare, anche se la mia scarsa propensione alla disciplina militare e l'ostinazione a non porvi rimedio non mi rendono certo il candidato migliore. Sono sicuro che Renshaw la pensa così. Il fatto è che ho conosciuto uomini come Gibbs ben prima che lui diventasse comandante.
Mia madre aveva una relazione extraconiugale con uno di questi uomini. Lo scoprii molto giovane. Lui non lavorava per l’Alleanza, ma aveva una propria impresa di import-export interplanetario. È così che ho imparato che ho scoperto che non mi piace mentire. Ho imparato ad omettere, per non far soffrire mia madre…e anche mio padre. Omettere è facile, basta dire la verità ed essere…intelligenti.

Gibbs continua sputando veleno sulla fazione indipendentista a cui promette di dare la caccia. Io sono appoggiato alla poltroncina del capitano, per due secondi mi chiedo che cosa abbia in mente l’uomo responsabile della morte e dell’intossicazione di centinaia di campesinos di Deadwood, quando cerca di insegnare a me la morale. Sono due secondi divertenti.
La verità è che il suo studio è stato invaso di fumo di un colore inequivocabile, come i campi di Deadwood sono stati invasi dal suo diserbante e che ora, dopo l’attacco al piccolo avamposto di Greenfield, anche loro cominciano ad aver paura, guardando in alto.