lunedì 6 febbraio 2012

Large thoughts collider

Non penso molto spesso alla Terra-che-fu.

Non so bene perché. Suppongo neanche loro pensassero molto a…qualunque cosa li precedesse, che fossero concentrati sul presente. O magari ne sapevano più di noi, su molte cose, non lo so.

C’è un relitto, da qualche parte nello spazio, che affonda nei ghiacci. Un relitto di questo posto molto lontano. La Terra. Chissà che voleva dire terra, nella loro lingua. Noi chiamiamo terra il suolo di ogni pianeta, probabilmente in onore del nostro pianeta originario, chissà per loro che cosa voleva dire.
Erano tutti ammassati su un solo pianeta. Un solo grosso sasso che li conteneva tutti. Chissà se si sentivano soli. Chissà se le distanze fra due persone sullo stesso sasso gli sembravano grandi. Grandi. Non credo che il relitto contenga tutte queste risposte, non credo me ne importerebbe niente, se il dolore al torace mi lasciasse dormire.

Devo essermi addormentato. Non me ne rendo più conto da quando…da quando non c’è molta differenza fra la veglia e il sonno. A parte che quando sono sveglio mi fa male tutto. Dovrei prendere qualcosa. Per il dolore, per dormire. Non sono il tipo. No, non…non è questo. Lo so perché non li prendo ed è tutto un altro motivo.

giovedì 19 gennaio 2012

As time goes by

Il 'Verse è enorme. Quello vero, tutto quello vero, l'Universo vero e proprio, ancora di più. Io capisco la fisica che fa muovere i motori della nostra nave e capisco come la velocità accorci i tempi di percorrenza per grandi spazi. Lo scorrere del tempo trascina lo spazio in una dimensione diversa. Il tempo inciampa nello spazio e ci mette un po’ a rialzarsi.

La mia carriera mi porta a sfruttare poco queste conoscenze. Sono più un macchinista che un ingegnere, ma…queste cose tornano a tormentarmi, a togliermi anche il gusto di pensare in modo stupido: pur avendo le informazioni di un unico sistema impiegherei alcuni mesi battendolo palmo a palmo per trovare una singola stazione spaziale. Non li puoi ignorare, sono numeri. I numeri ti fregano sempre, la derivata dello spazio rispetto al tempo ti obbliga a guardare il ‘Verse come un gigantesco e gelido buco in mezzo al petto.

Ma non sono i fogli pieni di questi calcoli che mi tormentano. Non è il fatto che ho cominciato a bere più del solito. Quello che veramente mi da fastidio…è di non poter usare un fottuto specchio. Quell’espressione è sempre lì. Pensavo di non rivederla più e invece è tornata. Non posso pensare a questo: resta logico, resta arrabbiato. La rabbia funziona bene come motore, genera una forza propulsiva in grado di farmi andare avanti.

James non mi sopporta, a breve probabilmente troverà in Buck una guida migliore. Come tutti, alla fine. Non mi importa, la vedano come vogliono, io non cambierò idea. So quello che sto facendo. La Winter mi dice che dovrei dormire di più, io mi sforzo di essere spiritoso, ma non mi ricordo neanche che cosa dico.

Andrà bene, andrà…bene, me lo ripeto tanto per non scordarmi che cosa devo rispondere. Sto bene anche se non posso guardarmi nello specchio, andrà bene. Vorrei solo riuscire a mandare via quell’espressione. Non se ne va mai. Sempre quella, sempre la stessa faccia, mi tormenta. Sempre la stessa…la stessa che avevo dopo la Guerra, dopo la prima notte in cui dormii nella baraccata.

sabato 7 gennaio 2012

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Quando Ryan Gibbs decide di andare in onda, sono sulla Almost Home, con un canale cortex aperto a tutto schermo. Lo vedo teso, o quanto meno fa di tutto per sembrarlo. Questa sua abitudine a rilasciare conferenze stampa su tutto ciò che l’Alleanza subisce o fa rende la sua faccia molto famosa. Sono convinto che se gli trovassimo un posto come showgirl risolveremmo parte del nostro problema. E molti dei suoi.
Considerando quanto faceva avanti e indietro da Greenfield, è probabile che conoscesse qualcuno in quella trentina di uomini coinvolti nell’attacco, ma allo stesso tempo penso che non gliene importi molto o avrebbe fatto leva su questo. Quello che sta facendo è cercare di volgere questo evento a vantaggio della Flotta Alleata. Lui lo chiama “sensibilizzare l’opinione pubblica”, penso, cercando di ignorare che molti su Greenfield vedevano l’Alleanza come fumo negli occhi.

Jack ha pensato a me come secondo in comando perché so gestire uomini come Gibbs senza dovergli sparare, anche se la mia scarsa propensione alla disciplina militare e l'ostinazione a non porvi rimedio non mi rendono certo il candidato migliore. Sono sicuro che Renshaw la pensa così. Il fatto è che ho conosciuto uomini come Gibbs ben prima che lui diventasse comandante.
Mia madre aveva una relazione extraconiugale con uno di questi uomini. Lo scoprii molto giovane. Lui non lavorava per l’Alleanza, ma aveva una propria impresa di import-export interplanetario. È così che ho imparato che ho scoperto che non mi piace mentire. Ho imparato ad omettere, per non far soffrire mia madre…e anche mio padre. Omettere è facile, basta dire la verità ed essere…intelligenti.

Gibbs continua sputando veleno sulla fazione indipendentista a cui promette di dare la caccia. Io sono appoggiato alla poltroncina del capitano, per due secondi mi chiedo che cosa abbia in mente l’uomo responsabile della morte e dell’intossicazione di centinaia di campesinos di Deadwood, quando cerca di insegnare a me la morale. Sono due secondi divertenti.
La verità è che il suo studio è stato invaso di fumo di un colore inequivocabile, come i campi di Deadwood sono stati invasi dal suo diserbante e che ora, dopo l’attacco al piccolo avamposto di Greenfield, anche loro cominciano ad aver paura, guardando in alto.

domenica 18 dicembre 2011

Waste Paper

Caro Cole, 

ne è passato di tempo dalla mia ultima lettera, credo di cominciare a sentirmi scoraggiato dal fatto che non mi rispondi. Non ho tue notizie da quasi un anno, ma non voglio arrendermi. Tua madre non avrebbe voluto che lo facessi.

Sai che sei il benvenuto da me, un ingegnere con le tue capacità ci farebbe veramente comodo e…accidenti, Cole, sei l’ultimo degli Scott! Ho amato tua madre sinceramente, anche quando ha sposato tuo padre…io non posso permettere che tu viva allo sbando! Non ho idea di che cosa stai facendo, ma ho rintracciato questa tua casella postale e continuerò a scriverti finché potrò.

Dovresti davvero mettere da parte questo rancore nei miei confronti. Mi dispiace molto di come sono andate le cose fra di noi. So che non hai mai approvato la mia decisione di non partire per la Guerra né quello…quello che c’è stato fra me e tua madre. Mi dispiace che tu lo sia venuto a sapere in quel modo. Ti assicuro che indipendentemente da tutto, ha amato te e i tuoi fratelli sopra ogni cosa, me lo diceva sempre.


Ricordo il giorno che entrasti in cucina con le mani sporche di grasso e ci trovasti lì. Pensai di morire, temetti che stessi per chiamare tuo padre. Lei invece fu molto più calma, riuscì anche ad essere dolce con te. Non credo che tu ce l’abbia mai avuta con lei e per questo…hai sempre dovuto incolpare me di tutto. Ora lo so che è difficile, ma potresti aver bisogno di qualcuno con cui parlare. O di un lavoro, o magari di entrambe le cose. In quel caso, cercami, hai tutti i miei contatti.

Un giorno mi risponderai, spero.

Victor McGallagan

mercoledì 16 novembre 2011

The Womb - Part 1

Sono abbastanza sicuro che sia un respiro. Lo so che sembra un motore che perde colpi, ma deve essere un respiro. Fa più paura se è un respiro.

Pensavo che la nausea sarebbe sparita presto, ma mi sbagliavo. L'alito di questa cosa odora di metallo e di ruggine e mi rivolta le budella ogni volta che cerco di prendere una boccata d'aria. Non so quanti respiri mi rimangono, non riesco a vedere se c'è una presa d'aria. Non riesco a muovermi.

Sento che il viso è bagnato, ma non di acqua, è qualcosa di caldo. Come quando si perde il sangue dal naso e...oh. Sangue, certo. Ma non dal naso, la mia faccia perde sangue. Non solo l'odore, ma anche il sapore del ferro adesso, la nausea riesce quasi a farmi dimenticare la fame. Voglio uscire di qui. Ti prego...voglio uscire di qui.

Non c'è pace neanche sotto terra, in questa guerra. Anche qui, la battaglia stride alle porte come un grido disperato. Oh, no...oh, no...

No, non loro. Loro erano...la contraerea...erano sopra di me e ora...oh, no, no, no...

martedì 8 novembre 2011

Dark Green

Ho detto che avrei dormito.


Dormire per volontà e non per necessità, non mi ricordavo bene come fosse. La barba raspa leggermente la superficie del cuscino, ma non me ne accorgo.

Tutto il mondo è chiuso fuori da questa stanza, le cose da fare, i problemi, i pensieri. Le cose che dovrei dire, quelle che ho paura di fare. Ora voglio solo dormire in pace, come non dormivo da anni.

Socchiudo gli occhi e resto immerso in quello che fino a ieri era solo buio e adesso è una piacevole tonalità di verde scuro che mi strappa un sorriso, subito prima di addormentarmi.

lunedì 31 ottobre 2011

Dust in my Gears

Dovrei proprio pensare a qualcosa per quello che riguarda il calore. Insomma, potrei inserire delle termocoppie in tutto il sistema, così da recuperare energia, no? Il calore è importante.

Calore. Lenzuola. Stanza. 

Concentrati. Hai pensato ad un bioreattore che chiuda il ciclo biologico, un ecosistema in barattolo, molto scaltro, resta scaltro, resta furbo.

Non riesco a trovarli. 

Non ora, non...adesso. Devo calcolare l'estensione ipotetica e determinare la quantità di energia necessaria a generare una pressione che si stabilizzi internamente sui 760 torr. 

Se vuoi evitare la scorta...

Focalizza. Le entrate, le uscite, la struttura deve essere pressurizzata e molto resistente. Schermata, devo pensare agli schemi di un pozzo di Sanderson e ampliarla. La nave è l'asteroide, il pozzo è la base, pensaci. 

...la seconda volta che non...

Accidenti!